Palestra Popolare Quarticciolo: la forza di una borgata

In Via Ostuni 4, periferia est di Roma a due passi da Centocelle e Tor Sapienza, nasce la Palestra Popolare del Quarticciolo. Fin qui tutto nella norma: una palestra come tante ai margini della capitale. E invece no. Perché ci troviamo nella storica Borgata del Quarticciolo e quella che vi raccontiamo è una storia che, come tante, non ce ne sono. Allenamenti, disciplina, sudore e fatica, pongono una collettività troppo spesso lasciata ai margini, al centro di un progetto di crescita e riqualificazione sociale, accolto con grande entusiasmo dagli abitanti. L’abbraccio di chi sa di vivere in una realtà fragile ma sempre desiderosa di rialzare la testa.

Quando scendi le scalette e metti piede nella Palestra Popolare del Quarticciolo vivi e respiri il pugilato. Ti ritrovi catapultato in una dimensione old school dove, le pareti, i murales, le immagini di Muhammad Ali, degli atleti e dei ragazzi che hanno partecipato alla realizzazione dell’iniziativa, fanno da contorno al ring e ai sacchi che vengono giù dal soffitto. A raccontarci la storia della Palestra Popolare Quarticciolo, è Emanuele Agati, allenatore e storico ideatore del progetto.

Ciao Emanuele, vuoi spiegarci come nasce il progetto della Palestra Popolare Quarticciolo?

L’idea nasce nel 2015, quando alcuni ragazzi si riuniscono nel tentativo di dare un’opportunità di vita migliore a chi vive nella borgata. All’inizio, l’aspetto della palestra era totalmente diverso da quello che vedi ora. Nei primi sei mesi, lo spazio si allagava anche fino a un metro e mezzo, visto che siamo al di sotto della rete fognaria. Di conseguenza l’acqua non riusciva a defluire e ristagnava all’interno del perimetro. Per forza di cose, il primo acquisto che abbiamo fatto è stato quello di una pompa a immersione che ci permettesse di risucchiare quell’acqua. Originariamente siamo stati in parecchi a collaborare per bonificare lo spazio ed ora c’è tutto quello che serve a una palestra. C’era anche una pavimentazione in gomma riciclata, tecnica e perfetta per gli allenamenti ma in gennaio si è rotta la pompa e, dopo un ennesimo allagamento, abbiamo dovuto buttare via tutto. In principio questo era uno spazio occupato. È uno stabile di proprietà dell’ATER, l’ente che gestisce l’edilizia residenziale. Era abbandonato da 20 anni, noi l’abbiamo occupato e l’abbiamo ristrutturato per circa un anno. Durante quest’anno, oltre a portare avanti i lavori in maniera del tutto autonoma e autogestita, abbiamo fatto molta pubblicità attiva nel quartiere. Parlando con le persone per strada, informandole su quelle che erano le idee e le finalità di chi stava lavorando al progetto.

Che tipo di attività svolgete in palestra? Insegnate solo il pugilato?

Per lo più sì. Nel corso degli anni abbiamo provato a introdurre diverse discipline da combattimento che non hanno preso molto piede, come ad esempio la kickboxing o la muay thai, e allora ci siamo concentrati sul pugilato. La cosa importante, però, è si riesca comunque a garantire una presenza sul territorio. E il pugilato, in questo senso, è la scelta migliore.

Quindi l’iniziativa è stata accolta positivamente dagli abitanti del quartiere.

Assolutamente sì. Inizialmente le persone erano piuttosto titubanti, come è ovvio che sia. D’altronde siamo in una zona in cui, di promesse, ne sono state fatte tantissime e non sempre sono state mantenute… Qui gli abitanti non amano molto le chiacchiere e preferiscono i fatti. Quando invece si sono resi conto che il progetto era in divenire e che, effettivamente, eravamo indirizzati verso un qualcosa di concreto, allora abbiamo registrato un grande entusiasmo dalle persone. La testimonianza sta anche nel fatto che lo scorso 5 febbraio abbiamo aperto una nuova palestra nel quartiere, stavolta senza essere costretti ad occupare uno spazio, ed anzi, avendo tutti i permessi in regola. Ora questo è uno spazio totalmente regolarizzato. Dopo quattro anni di occupazione, la Regione Lazio ha riconosciuto il valore sociale e collettivo del progetto e ci è stata data l’opportunità di aprire una trattativa con l’ATER. Così abbiamo la garanzia di poter lavorare regolarmente.

Vi hanno mai aiutati economicamente?

Mai… Da un po’ di tempo a questa parte, ossia da quando il progetto si è consolidato ed ha ottenuto una certa rilevanza e da quando siamo arrivati addirittura ad espanderci, abbiamo potuto contare su dei fondi messi a disposizione da associazioni per lo più private. Dobbiamo ringraziare la Fondazione Charlemagne, che ci ha sostenuti per le spese di ristrutturazione, e l’otto per mille della Chiesa Valdese che ci ha aiutati nell’acquisto dell’attrezzatura.

So che adottate il cosiddetto “abbonamento sospeso”.

Esattamente. Partiamo dal fatto che l’idea della palestra nasce da un gruppo di ragazzi che si sono riuniti con l’intento di fare politica e adoperarsi per migliorare le condizioni di chi vive al Quarticciolo attraverso diverse attività. Una tra queste è sicuramente quella della palestra. Proprio per il fatto che si è sempre trattato di un impegno politico, non c’è mai stato scopo di lucro. In tutti questi anni, quello della palestra è stato un impegno che ho assunto io nei confronti del quartiere. All’interno del collettivo, ciascuno svolge le proprie mansioni: dal doposcuola popolare al comitato di quartiere. L’idea è proprio quella di realizzare un progetto che sia il più ampio possibile, di dare a tutti la possibilità di fare sport all’interno della borgata e di crescere insieme. Per fare questo, è necessario adottare delle fasce di prezzo molto basse affinché si raggiunga il più alto numero di persone. Noi non abbiamo una segreteria con il responsabile che viene lì e ti dice che devi versare la tua quota. Ovviamente ci sono i registri e via discorrendo ma il discorso della retta è lasciato molto alla discrezione e alla possibilità di ogni persona. Tutti sono consapevoli del fatto che se nessuno paga, il progetto andrà a picco. Anche perché le spese fisse, a partire dalle bollette e l’affitto dei locali, fino ai vari tamponi, ci sono sempre. Ad usufruire gratuitamente della palestra sono soprattutto le fasce giovanili. Nel turno amatoriale, invece, ciascuno paga quello che può. Questa cosa dell’abbonamento sospeso, così come lo intendiamo noi, è in vigore da un anno ma sta prendendo sempre più piede. Soprattutto sotto Natale, però, le campagne di crowdfunding che organizziamo ci permettono di fare cassa e ci aiutano nell’ampliamento del progetto. Visto e considerato che non di rado ci capita di andare in trasferta, le spese non mancano. Ad esempio siamo stati a Vienna e li hai bisogno di un pulmino per la squadra. Questa cassa che riusciamo racimolare è un aiuto fondamentale.

Che età hanno i vostri atleti? Ci sono solo uomini o anche donne?

Abbiamo atleti dai cinque anni in su. Qui nel quartiere c’è un forte senso di comunità e aggregazione; e i ragazzini, già dai sei o sette anni, vanno in giro da soli e tornano da scuola non accompagnati. Quindi i genitori si fidano. E poi meglio in palestra che per strada…è questa l’importanza della Palestra Popolare. In questo modo i ragazzini vengono anche tenuti lontani dai guai. Da noi ci sono sia amatori che agonisti di tutte le età: bambini, ragazzi e a salire. Se il più giovane ha cinque anni, quello più maturo ne ha addirittura sessantasette e non li dimostra minimamente. Vengono qui senza distinzioni. Sia uomini che donne, di ogni livello. Dai più preparati a chi vuole solo provare. Da poco abbiamo anche ospitato dei ragazzi brasiliani.

Quanti istruttori ci sono nella palestra?

All’inizio eravamo in due: io e un altro. Nel corso degli anni, però, per lui è diventato complicato seguire gli allenamenti. All’interno del progetto, intanto, è cresciuto un altro ragazzo che si chiama Fabrizio Troya e che abbiamo formato con impegno. Lui è stato il primo pugile a combattere con la Federazione Italiana, sotto il nome della Palestra Popolare del Quarticciolo e, negli anni, proprio grazie a uno sforzo della palestra, siamo riusciti a formarlo attraverso il corso da aspirante tecnico. I soldi che la palestra ha messo da parte sono stati investiti su di lui. Da agonista è diventato aspirante tecnico, poi si è laureato in Scienze Motorie, attualmente sta frequentando la specialistica e ora segue il corso dei bambini dai 5 ai 9 anni. Inoltre mi aiuta col turno degli amatori.

È sicuramente un progetto importantissimo e di grande impatto sociale.

Senza dubbio. Noi abbiamo un ragazzo che ha iniziato a venire qui da quando aveva dieci o dodici. Ora ne ha quindici o sedici e ha già ventidue match alle spalle. È uno degli atleti con più incontri nella sua età ed è molto rispettato. Ha imparato a leggere in palestra all’età di tredici anni e capisci bene quanto la palestra lo abbia aiutato, non solo fisicamente ma anche nella qualità della vita e nelle prospettive di un futuro migliore. Inoltre a noi piace mantenere vivo quello che, ormai, è un appuntamento fisso per il quartiere. Montiamo il ring in piazza e portiamo il pugilato gratuito. Le persone non pagano il biglietto e si godono dieci/dodici match di dilettanti o altro, dove i ragazzi della borgata combattono contro quelli che vengono da fuori. Tutto sotto gli occhi degli arbitri e della federazione.

Ora però, prima di salutarci, arriviamo a te. Che tipo di percorso hai fatto?

Io ho fatto il pugilato entrando in palestra dal 2006 sotto Renato Costantini ed ero nei dilettanti. Ho combattuto nel 2008 e ho vinto il Torneo Regionale Esordienti. Poi dal 2009 non ho più potuto combattere poiché mi hanno tolto l’idoneità sportiva, necessaria per salire sul ring. A quel punto, è stato proprio il maestro Costantini a prendermi sotto la sua ala, dandomi la possibilità di rimanere nell’ambiente. Da lì ho svolto tutto il mio percorso nella Federazione: prima come aspirante tecnico, poi tecnico federale di I livello e, oggi, tecnico federale di II livello. Quindi ho concluso il mio percorso di formazione con la Federazione e sono nel pugilato da ormai 15 anni.

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