Luis Ángel Firpo, il toro selvaggio delle Pampas che fece volare fuori dal ring il campione del mondo

di Yuleisy Cruz Lezcano

Il 14 settembre 1923, al Polo Grounds di New York, non si disputava soltanto un incontro di pugilato. In quella sera d’estate, davanti a una folla di oltre 80.000 spettatori e con un incasso superiore al milione di dollari, due uomini si preparavano a contendersi il titolo mondiale dei pesi massimi: da una parte Jack Dempsey, il campione americano, uno dei pugili più celebri e temuti dell’epoca; dall’altra Luis Ángel Firpo, argentino di Junín, 28 anni, quasi un metro e novanta di altezza e circa 98 chili di peso. Dempsey era il campione affermato. Firpo era lo sfidante arrivato dalle Pampas. Quella notte, però, sarebbe stato il suo nome a rimanere impresso nella memoria dello sport.

Firpo era nato a Junín l’11 ottobre 1894. A dodici anni si era trasferito a Buenos Aires, dove aveva svolto diversi lavori prima di affermarsi nella boxe. Era stato impiegato in un ristorante, alla Unión Telefónica e in una farmacia, aveva fatto il cobrador e aveva lavorato anche in una fabbrica di mattoni refrattari. La sua vita non aveva avuto nulla di facile o predestinato. Prima di diventare il “Toro salvaje de las Pampas”, Firpo era stato semplicemente un ragazzo che cercava il proprio posto nel mondo.

A vent’anni cominciò a combattere da dilettante e il 10 dicembre 1917 iniziò la carriera professionistica. La sua boxe era basata sulla potenza, sull’aggressività e sulla capacità di avanzare senza arretrare davanti all’avversario. Nel 1920 conquistò il titolo sudamericano dei pesi massimi mettendo KO Dave Mills al primo round. La sua ascesa fu rapida e il pubblico argentino cominciò a riconoscersi in quel gigante che combatteva con un’energia quasi selvaggia.

La consacrazione arrivò poco prima della sfida con Dempsey. Firpo aveva sconfitto per KO l’ex campione del mondo Jess Willard, oltre ad aver battuto pugili importanti come Bill Brennan e Charley Weinert. A quel punto non era più un semplice outsider: era diventato uno dei principali contendenti della categoria e, secondo le ricostruzioni dell’epoca, il più importante richiamo del pugilato americano dopo lo stesso Dempsey.

Jack Dempsey, dal canto suo, era il campione mondiale dei pesi massimi e una delle grandi figure dello sport americano. Il soprannome “Matador de Manassa” evocava la sua città natale e la sua reputazione di combattente devastante. Aveva conquistato il titolo nel 1919 contro Jess Willard e lo aveva difeso contro avversari di primo piano. Nel luglio del 1923 aveva battuto Tommy Gibbons ai punti in quindici riprese. Due mesi dopo avrebbe dovuto affrontare Firpo al Polo Grounds per la sua successiva difesa del titolo.

Firpo arrivò a quell’appuntamento nelle condizioni peggiori possibili. Poco prima dell’incontro aveva chiesto un rinvio a causa dell’infortunio al braccio sinistro. Le ricostruzioni sulla natura esatta della lesione non sono tutte concordi, ma diverse fonti argentine parlano di una frattura o grave lesione al braccio. Il rinvio non venne concesso. Firpo sarebbe salito sul ring comunque.

Il 14 settembre il Polo Grounds era gremito. Le fonti parlano di oltre 80.000 spettatori, mentre la cifra tradizionalmente ricordata è di circa 85.000. L’incasso superò 1,18 milioni di dollari, una cifra enorme per l’epoca. Dempsey incassò circa 468.750 dollari, mentre a Firpo andarono 156.250 dollari: una fortuna per un pugile argentino che fino a pochi anni prima aveva conosciuto tutt’altra vita.

Quando suonò la campana, Dempsey partì immediatamente all’attacco. Firpo appariva condizionato dal problema al braccio e il campione riuscì a mandarlo al tappeto ripetutamente. Alla fine del primo round Firpo era stato contato sette volte. Ma anche Dempsey aveva assaggiato la potenza del suo avversario: secondo le ricostruzioni più accreditate, fu atterrato due volte nel corso della ripresa. Fu allora che accadde ciò che avrebbe trasformato un incontro di pugilato in una leggenda.

Firpo, dopo l’ennesimo atterramento, tornò in piedi e si lanciò contro Dempsey. Il campione si trovava vicino alle corde. L’argentino caricò il destro e lo colpì con una violenza impressionante alla mandibola. Dempsey perse l’equilibrio e venne proiettato fuori dal ring, passando attraverso le corde.Il campione del mondo precipitò nella zona dei giornalisti. La sua testa finì contro una macchina da scrivere e il suo corpo cadde sul tavolo della stampa. Per un istante Dempsey era letteralmente fuori dal ring e Firpo, al centro del quadrato, sembrava avere davanti a sé la possibilità più incredibile della propria vita.

La scena sarebbe stata immortalata pochi mesi dopo da George Bellows nella celebre opera Dempsey through the ropes, oggi conservata nelle collezioni della Library of Congress. L’immagine mostra per sempre ciò che quella sera accadde realmente: Jack Dempsey che attraversa le corde spinto dal pugno di Luis Ángel Firpo. Ma proprio in quel momento cominciò la controversia destinata ad accompagnare l’incontro per decenni.

Il regolamento prevedeva che un pugile finito fuori dal ring avesse un tempo per rientrare senza essere aiutato. Le ricostruzioni riportano che Dempsey venne assistito dai giornalisti a bordo ring, che lo spinsero e lo aiutarono a rientrare. La regola stabiliva invece che il pugile non potesse essere aiutato. L’arbitro Johnny Gallagher iniziò il conteggio e Dempsey riuscì a rientrare quando il conteggio era arrivato a nove. Le ricostruzioni differiscono sul tempo preciso trascorso fuori dal ring, indicato generalmente tra 14 e 17 secondi.

È qui che nasce la domanda che ancora oggi accompagna quella sfida: Firpo avrebbe dovuto essere proclamato campione del mondo?

La risposta non è così semplice. Non è corretto dire che il titolo gli venne ufficialmente sottratto da una decisione successiva: il combattimento continuò e il risultato ufficiale fu la vittoria di Dempsey per KO. Ma è altrettanto vero che il rientro di Dempsey con l’aiuto dei giornalisti violava le regole allora in vigore. Per questo la controversia non è mai scomparsa.

Dempsey era tornato sul ring, ma era profondamente scosso. Il primo round terminò poco dopo il suo rientro. La campana salvò il campione da una situazione che avrebbe potuto cambiare la storia della boxe.

Nel secondo round Dempsey riprese il controllo dell’incontro. Firpo combatteva ormai con un braccio fortemente condizionato e non riuscì a contenere la reazione del campione. Dopo 57 secondi della seconda ripresa, Dempsey mise fine al combattimento per KO. Firpo era stato sconfitto. Il titolo mondiale rimaneva nelle mani dell’americano. Ma quella sconfitta avrebbe avuto un effetto che una vittoria forse non avrebbe prodotto.

In Argentina il nome di Firpo esplose.

Il Paese aveva seguito il combattimento con una partecipazione straordinaria. Le prime trasmissioni radiofoniche contribuirono a trasformare l’incontro in un evento nazionale e il pugile di Junín divenne immediatamente un eroe popolare. La sua sfida a Dempsey contribuì enormemente alla diffusione della boxe in Argentina e Firpo venne considerato uno dei padri del pugilato professionistico nazionale. Il 14 settembre, anniversario dell’incontro, sarebbe poi diventato in Argentina il Día del Boxeador.

Negli Stati Uniti, intanto, Damon Runyon gli aveva attribuito il soprannome che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita: “The Wild Bull of the Pampas”, il “Toro selvaggio delle Pampas”. Infatti, Firpo combatteva come qualcuno che non volesse concedere al proprio avversario neppure un centimetro. La sua boxe era fisica, aggressiva, spettacolare. Non aveva la raffinatezza tecnica di Dempsey, ma possedeva una qualità che il pubblico riconosceva immediatamente: il coraggio.

La notte del Polo Grounds non gli aveva dato la cintura mondiale, ma gli aveva dato qualcosa che sarebbe durato molto più a lungo.

La leggenda.

Dopo la sfida con Dempsey, Firpo tornò in Argentina da celebrità. Continuò a combattere e non si ritirò immediatamente dalla boxe. Nel 1924 disputò altri incontri, affrontò Harry Wills negli Stati Uniti e nel 1926 tornò sul ring contro Erminio Spalla. Dopo quella fase sembrò aver chiuso definitivamente con il pugilato, ma dieci anni dopo, a 41 anni, tornò ancora una volta a combattere. Nel 1936 vinse due incontri per KO prima di affrontare Arturo Godoy, contro il quale perse per abbandono, chiudendo definitivamente la carriera. Il suo bilancio professionistico viene generalmente riportato in 31 vittorie, 26 delle quali prima del limite, quattro sconfitte e sette incontri senza decisione, a seconda dei criteri statistici utilizzati.

La cosa sorprendente è che Firpo seppe costruire una seconda vita lontano dal ring. Non dilapidò la fortuna accumulata, al contrario, investì il proprio denaro. Dopo una seconda esperienza negli Stati Uniti ottenne anche la rappresentanza automobilistica della Stutz in Argentina e sviluppò attività imprenditoriali. In seguito installò un allevamento di pollame a Florencio Varela e si dedicò soprattutto alla ganadería, l’allevamento del bestiame. Arrivò a possedere diverse estancias: “Los Amigos”, nella zona di Junín; “Sin Tregua” e “Sin Descanso”, a Carlos Casares; “La Marión”, ad Ameghino; e “La Milanesa”, nei pressi di Luján, oltre ad altre proprietà e terreni nella provincia di Buenos Aires.

L’ex pugile che aveva combattuto davanti a decine di migliaia di persone diventò così anche imprenditore e proprietario terriero. Era una trasformazione che raccontava bene il carattere di Firpo: la boxe gli aveva dato la fama, ma lui aveva cercato di costruire il proprio futuro con il denaro guadagnato.

Nel 1952 apparve anche nel film Nace un campeón e nel 1954 fu insignito del titolo di “Caballero del Deporte”. Continuò a mantenere un legame molto forte con Junín, la sua città natale, che visitava frequentemente. Ma nel frattempo era rimasta una storia irrisolta: quella con Jack Dempsey.

Per anni i due non si parlarono. Poi, nel 1948, Firpo telefonò a Dempsey per ricordare quella notte del 1923. Il contatto riaprì un rapporto che negli anni sarebbe diventato amicizia. Nel settembre 1954 Dempsey arrivò a Buenos Aires e Firpo fu tra le persone che lo accompagnarono alla scoperta della città. Lo portò alla Recoleta, gli mostrò Buenos Aires e gli fece assaggiare un autentico asado criollo.

Era difficile immaginare un epilogo più sorprendente: Trentuno anni prima quei due uomini si erano affrontati per il titolo mondiale davanti a una folla immensa. Uno aveva fatto volare l’altro fuori dal ring. L’altro lo aveva poi messo KO. Nel 1954, invece, erano insieme a Buenos Aires, non più campione e sfidante, ma due uomini che avevano condiviso uno dei momenti più violenti e memorabili della loro vita e che, con il passare degli anni, avevano imparato a riconoscere nell’altro il valore che il ring aveva già rivelato.

Firpo morì a Buenos Aires il 7 agosto 1960, all’età di 65 anni. Le fonti riportano un attacco cardiaco; altre ricostruzioni hanno collegato la sua morte a problemi di salute. La sua morte provocò un enorme cordoglio. I suoi resti furono deposti nel Cimitero della Recoleta, in una monumentale tomba progettata dallo scultore argentino Luis Perlotti. All’ingresso della bóveda Perlotti realizzò una scultura di Firpo con la vestaglia e l’equipaggiamento da pugile, come se fosse ancora una volta sul punto di entrare nel ring per l’ultimo combattimento.

di Yuleisy Cruz Lezcano

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